Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa
ARCHIVIO DELLE ATTIVITA' SVOLTE
Cristiani ed Ebrei: le ragioni del dialogo riscoperto e ritrovato
Elena Lea Bartolini
La ricerca e la promozione del dialogo interculturale e interreligioso è
oggi un obiettivo condiviso e auspicato da parte di molti, una scelta significativa
per la costruzione della pace fra i popoli che ha segnato in maniera particolare
il pontificato di Giovanni Paolo II che ci ha recentemente lasciati e che,
proprio nel suo testamento, ha voluto esplicitamente menzionare il rabbino
di Roma col quale ha vissuto momenti epocali nel riavvicinamento fra i cristiani
ed ebrei. Ma quali sono le origini dell’antigiudaismo cristiano, e perché
oggi si parla di dialogo?
Finchè la prima comunità di credenti che si costituisce alla
luce della vicenda pasquale di Gesù di Nazaret rimane a Gerusalemme,
pur vivendo un rapporto conflittuale con il giudaismo celebra l’eucarestia
ma continua anche a frequentare il Tempio (Cfr. At 2,46) nell’orizzonte
di una dialettica che mantiene aperto il confronto con le autorità
ebraiche. Riguardo queste ultime significativa è la posizione del fariseo
Gamaliele che invita il sinedrio a liberare gli apostoli arrestati, sottolineando
che se la loro attività viene da Dio attesterà da sé
la propria verità di fronte alla quale non è bene che l’uomo
si opponga (Cfr. At 5,34-40). Ma col trasferimento della comunità ecclesiale
delle origini da Gerusalemme a Roma tale confronto viene meno e il cristianesimo
diventa progressivamente antigiudaico: nel giro di pochi anni i battezzati
sono prevalentemente di origine pagana; l’interpretazione della Scrittura
risente dell’inculturazione col pensiero greco e perde di vista l’orizzonte
semitico in cui è sorta; il progressivo sorgere di eresie costringe
la riflessione cristiana ad assumere un atteggiamento apologetico che cataloga
eretici, pagani ed ebrei fra i nemici da combattere e, in questo contesto,
il popolo ebraico diventa l’esempio negativo continuamente additato
ai cristiani in nome dell’accusa di deicidio. I rapporti fra le due
parti, soprattutto dopo che il cristianesimo diventa religione di Stato, diventano
sempre più difficili.
L’antigiudaismo cristiano, in forme di intolleranza più o meno
accentuata, accompagna la storia dell’occidente europeo fino al nostro
secolo, nel quale si misura con la shoah, la catastrofe nazista. Se da una
parte non possiamo dimenticare il coraggio di quei cristiani che, come D.
Bonhoeffer, rischiando di persona si sono opposti al nazismo e hanno aiutato
molti ebrei a salvarsi, dall’altra i sei milioni di vittime nei campi
di sterminio rimangono la cifra di un tragico fallimento epocale. Di fronte
allo stesso, nel 1947 a Seelisberg, cristiani di confessioni diverse stendono
un elenco di dieci punti nei quali invitano le chiese a riconsiderare tutti
quegli elementi della loro predicazione e del loro insegnamento che possono,
anche involontariamente, aver contribuito ad alimentare l’antisemitismo.
Fra questi è presente J. Maritain, e c’è anche J. Isaac,
ebreo miracolosamente scampato al massacro, il cui incontro con Giovanni XXIII
sarà uno degli elementi che orienterà il Concilio Vaticano II
a riconsiderare il rapporto fra Chiesa cattolica ed ebraismo.
Nel 1948, ad Amsterdam, si costituisce il Consiglio Ecumenico delle Chiese
(CEC) che, già dal suo primo documento, condanna l’antisemitismo
come peccato contro Dio e contro gli uomini. Nel 1970 il CEC istituisce un
comitato per il dialogo con gli ebrei e, nel 1988, pubblica una raccolta commentata
di tutti i documenti prodotti al riguardo: La teologia delle chiese cristiane
e il popolo ebraico, nella quale è evidente il passaggio da un atteggiamento
di “missione” cristiana verso il popolo ebraico al riconoscimento
della sua elezione divina mai revocata (Cfr. Rm 11,29) che esclude qualsiasi
forma di proselitismo nei suoi confronti. Tale inversione di rotta produce
un ripensamento teologico sia a livello cristologico che ecclesiologico, che
riconsidera i rapporti fra questi due partner nell’orizzonte di una
comune testimonianza dell’unico progetto di alleanza fra Dio e gli uomini,
nel quale ebrei e cristiani sono chiamati a ruoli diversi.
La Chiesa cattolica partecipa attivamente a tale svolta epocale attraverso
il Concilio Vaticano II indetto nel 1961 da Giovanni XXIII che, già
nel 1959, aveva eliminato i termini “perfidi” e “perfidia”
riferiti agli ebrei nella preghiera del venerdì santo. Il dibattito
conciliare sfocia nel 1965 nella Dichiarazione Nostra Aetate firmata da Paolo
VI, dove al punto quattro si afferma che la Chiesa, “scrutando il proprio
mistero”, scopre un legame unico con il popolo di Abramo dal quale “ha
ricevuto la rivelazione” e a cui, come ricorda l’apostolo Paolo,
appartengono “l’adozione filiale, la gloria i patti di alleanza,
la Legge, il culto e le promesse”, da cui “è Cristo secondo
la carne” e dal quale “sono nati gli apostoli”. In nome
di tale grande patrimonio di fede il Concilio promuove e raccomanda “la
mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici
e teologici e da un fraterno dialogo”, e ribadisce che gli ebrei “non
devono essere presentati né come rigettati da Dio né come maledetti,
come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura”. Come si può
notare il Concilio non fa riferimenti alla tradizione patristica ma preferisce
citare direttamente i testi neotestamentari e, in particolare, la Lettera
di Paolo ai Romani dove si ribadisce che i cristiani sono “l’ulivo
selvatico” innestato “sull’ulivo buono” di Israele
la cui radice continua a portarli (Cfr. Rm 11,16-24).
Il Magistero successivamente riprende e precisa il dettato conciliare. Nel
1975 il Segretariato per l’unione dei cristiani rende noto il documento
Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della Dichiarazione Nostra
Aetate n.4, nel quale ricorda che “L’informazione su queste questioni
deve riguardare tutti i livelli di insegnamento e di educazione del cristianesimo”,
in quanto “Il problema dei rapporti tra ebrei e cristiani riguarda la
chiesa come tale, poiché è – scrutando il suo mistero
– che essa fronteggia il mistero di Israele”. Nel 1985 lo stesso
Segretariato ritiene opportuno approfondire ulteriormente il discorso attraverso
un nuovo documento: Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi
della Chiesa cattolica. Sussidi per una corretta presentazione. Tale intervento,
ampio e articolato, offre precisazioni e suggerimenti relativamente all’insegnamento
religioso, al rapporto fra i due testamenti e al significato delle radici
ebraiche del cristianesimo, sottolineando che “Gesù è
ebreo e lo sarà per sempre” e che la sua rivelazione è
comprensibile solo alla luce del mistero di Israele che l’ebraismo ancora
oggi testimonia con la sua fedeltà a Dio. Sempre in questo documento
infatti si sottolinea che la storia degli ebrei non si conclude con il 70
d.C., e che il permanere di questo popolo “è un fatto storico
e segno da interpretare nel piano di Dio”, pertanto “occorre in
ogni modo abbandonare la concezione di popolo ‘punito’, conservato
come ‘argomento vivente’ per l’apologetica cristiana”.
Nel 1998, dopo un iter complesso e sofferto, la Commissione per i rapporti
Religiosi con l’Ebraismo ha reso noto il documento Noi ricordiamo: una
riflessione sulla Shoah, che presenta una serie di riflessioni per una lettura
critica di quanto l’Europa cristiana ha permesso durante il periodo
nazista. Infine non possiamo non menzionare il documento della Pontificia
Commissione Biblica, uscito nel 2001 relativamente a Il popolo ebraico e le
sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, nel quale al punto 85 si precisa:
“Nel passato, tra il popolo ebraico e la Chiesa di Cristo Gesù,
la rottura è potuta sembrare talvolta completa, in certe epoche e in
certi luoghi. Alla luce delle Scritture questo non sarebbe mai dovuto accadere,
perché una rottura completa tra la Chiesa e la Sinagoga è in
contraddizione con la sacra Scrittura”.
In questo orizzonte si comprende l’importanza dell’abbraccio fra
Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff nel 1986 presso la Sinagoga di Roma,
occasione nella quale il papa ha definito gli ebrei “fratelli maggiori”
nella fede e ha affermato che la religione ebraica è “intrinseca”
a quella cristiana.
Uno dei principali sforzi delle chiese impegnate in tale dialogo è
quello di mettersi in ascolto dell’ebraismo, così come esso stesso
si definisce, eliminando tutti gli stereotipi negativi presenti fra i cristiani,
come l’idea che il Nuovo Testamento si contrapponga all’Antico
e che la Chiesa abbia sostituito il popolo di Israele, errori di prospettiva
che vanno superati in una visione che recupera l’unità della
rivelazione biblica e la positività della testimonianza ebraica accanto
e di fronte a quella cristiana.
Tuttavia non si riescono a colmare facilmente distanze prodotte in secoli
di intolleranza: per questo, dal 1990, la Conferenza Episcopale Italiana ha
stabilito che il 17 gennaio di ogni anno i cattolici celebrino una giornata
volta a riscoprire l’importanza degli ebrei e dell’ebraismo per
la Chiesa e per l’ecumenismo.