Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa
ARCHIVIO DELLE ATTIVITA' SVOLTE
“LA GUERRA IN IRAQ E IL NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE”
Riassunto di Lorenz Danzo
Padre Pasquale Borgomeo, Direttore Generale della Radio Vaticana1. Una guerra che continua
2. Una guerra voluta ad ogni costo
3. Il Papa e la S. Sede contro la guerra
4. Il Nuovo ordine internazionale
5. La guerra di religione
6. La leadership americana
7. LA CHIESA: costruttrice di pace1. Una guerra che continua
Appare evidente, a sei mesi dalla dichiarazione di conclusione della guerra, che gli Stati Uniti hanno peccato per eccesso di trionfalismo ed arroganza. I problemi ora si presentano maggiori rispetto anche alle previsioni paventate. Aumenta di giorno in giorno il numero di vittime quotidiane militari e civili, senza che esso possa essere rivelato per intero dalle fonti ufficiali che sono preoccupate di mettere in secondo piano gli aspetti negativi della missione.
Al posto del dichiarato controllo del paese aumentano le tensioni nel triangolo sannita e nelle zone sciite. Una situazione che prima aveva un suo equilibrio, seppure determinato dal timore di un dittatore, ora è crollata nel terrore e nell’insicurezza.
La guerra iniziata il 20 marzo come blitz krieg accolta dalla popolazione festante come intervento di liberazione dal tiranno, mostra ora il suo vero volto. Non esiste una equivalenza tra “eliminazione di Saddam” e “americani liberatori”. Le forze di occupazione sono percepite dalla popolazione come un corpo estraneo difficilmente tollerabile, tanto più che non riescono a garantire il minimo di servizi essenziali e la sicurezza. La gente si aspetta viveri, acqua, protezione e una pacifica transizione all’autonomia che sembra ancora molto lontana.
L’immane compito di ricostruire un Paese ora sembra un’impresa titanica nel momento in cui organizzazioni come la Croce Rossa e l’ONU, bersagli di attacchi terroristici, sono costretti a ritirarsi totalmente o in parte. A ciò si aggiunge l’impreparazione politica e culturale degli americani che sembrano non conoscere il popolo con cui hanno a che fare e, ingenuamente, pensano di poter esportare la democrazia in un paese del medio oriente.
2. Una guerra voluta ad ogni costo
All’inizio del 2002 gli Stati uniti hanno mostrato un impulso frenetico a voler attaccare l’Iraq con motivazioni via via mutevoli. Colin Powell e Blair dichiararono di poter dimostrare la presenza in Iraq di armi distruzione di massa capaci di rappresentare un serio pericolo per l’Occidente (la possibilità di un attacco nucleare nel giro di 45 minuti). Per la verifica di questi sospetti furono mandati degli ispettori, ostacolati e sottovalutati nel loro lavoro, in quanto non avevano rinvenuto alcuna arma veramente pericolosa.
In un secondo momento si parlò di lotta al terrorismo, in quanto Saddam avrebbe avuto stretti legami con Al Qaeda; legami di cui mai si è provata l’esistenza. Ora invece si ottenuta la presenza di vari gruppi terroristici provenienti dai territori circostanti, cosicché oggi l’Iraq sta diventando un paese pericoloso, covo del terrorismo internazionale, approfittando del vuoto di controllo. La dittatura feroce infatti non dava spazio a forme di fanatismo o terrorismo.
La liberazione dell’Iraq da un dittatore sanguinario ha reso felici gli Sciiti e i curdi, ma non altrettanto i sunniti che, minoranza, governavano il paese. Questo causa gli strascichi di resistenza nel triangolo sunnita.
Altro scopo dell’intervento era la stabilizzazione dell'area e la soluzione del conflitto in Terrasanta. A scapito di questi due obiettivi sono gli interessi forti degli Stati uniti a trovare un nuovo appoggio in medioriente data l’inaffidabilità dell’Arabia Saudita, da cui provengono molti dei terroristi di Al Qaeda, tra cui i responsabili degli attentati dell’11 settembre.
Nessuno di questi obiettivi è sufficiente a giustificare l’attacco e per questo motivo la Casa Bianca e Downing Street devono prodursi quotidianamente in spiegazioni e apologie del proprio operato rincorrendo un consenso popolare che arretra.
3. Il Papa e la S. Sede contro la guerra
In trent’anni non si sono mai visti tanti sforzi da parte della diplomazia vaticana per scongiurare una guerra, mandando nunzi, ricevendo Tarek Aziz, organizzando incontri per il dialogo interreligioso come quello del 24 gennaio ’02 ad Assisi con i rappresentanti delle varie religioni.
Quello che ha preoccupato la Santa Sede è la teorizzazione dell'attacco preventivo con grave colpo portato al diritto internazionale e con serio pregiudizio per l'autorità dell'ONU.
Pensiero chiaramente espresso dal Mons. Tauran, Capo della Diplomazia Vaticana, il 24 febbraio 2003: “Su questa crisi irachena, il Papa e i suoi collaboratori hanno avuto modo di esprimersi in maniera chiara in questi ultimi tempi. Per noi tutto deve essere intrapreso e deciso nel contesto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Prima di tutto, vanno sfruttate tutte le risorse del diritto internazionale e ponderate le conseguenze che un intervento armato avrebbe sulle popolazioni civili, senza dimenticare poi le prevedibili reazioni dei Paesi dell'area, che per solidarietà con l'Iraq, potrebbero assumere degli atteggiamenti estremi.[…] Tutto deve essere intrapreso nel quadro definito dal diritto internazionale. Come sappiamo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Una guerra di aggressione costituirebbe un crimine contro la pace, mentre la legittima difesa presuppone l'esistenza di un'aggressione armata previa. Dunque, conformemente a questi principi, nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più Stati a ricorrere unilateralmente, e insisto su questo punto, unilateralmente all'uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro Stato perché, ad esempio, possiederebbe armamenti di distruzione di massa. Solo, solo il Consiglio di sicurezza potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere che tali fatti costituiscono una minaccia contro la pace, ma questo non significa che il ricorso alla forza sia, per lo stesso Consiglio di Sicurezza, la sola risposta adeguata. Questa è la dottrina classica del diritto internazionale”.
Il 16 marzo, quattro giorni prima dell’attacco, il papa diceva all’Angelus queste parole:”I responsabili politici di Baghdad hanno l'urgente dovere di collaborare pienamente con la comunità internazionale, per eliminare ogni motivo d'intervento armato. A loro è rivolto il mio pressante appello: le sorti dei loro concittadini abbiano sempre la priorità!”
A questo scopo aveva mandato a Bagdad il Mons. Etchegarrey. Saddam agiva per orgoglio nazionale e per salvare la faccia, ma c’erano spazi di trattativa. “Ma vorrei pure ricordare ai Paesi membri delle Nazioni Unite, ed in particolare a quelli che compongono il Consiglio di Sicurezza, che l'uso della forza rappresenta l'ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi della stessa Carta dell'ONU. Ecco perché - di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq e per l'equilibrio dell'intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne - dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare; c'è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare. Riflettere sui propri doveri, impegnarsi in fattivi negoziati non significa umiliarsi, ma lavorare con responsabilità per la pace.”
Poi, a braccio, aggiunse una personale considerazione alla quale teneva particolarmente: "Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto questa esperienza: mai più la guerra!, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace a ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!".
La posizione del Papa e del Vaticano non è pacifista in senso ideologico. Ci sono dei momenti in cui la necessità di difendersi può portare all’uso della violenza.
Perché dunque tanto coinvolgimento in questa guerra?
4. Il Nuovo ordine internazionale
Dietro la guerra in Iraq c'è una teoria, elaborata da un gruppo d'intellettuali oggi influenti e presenti nella rosa di governo di Bush (Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa, rimasto illeso nell’attentato del 26 ottobre all'hotel Al Rasheed di Baghdad; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney). Risale agli anni ’95-’96 ed è chiamato progetto PNAC “Project of New American Century” http://www.newamericancentury.org/. Questo progetto segna l’atto di battesimo dell’unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell’opposizione russa. La superpotenza americana si riorganizza per affrontare il disordine mondiale con un progetto perfettamente antitetico rispetto al multilateralismo ONU. [Il documento del PNAC presenta 'un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani'. Inoltre: descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come 'il mezzo più efficace per esercitare un'egemonia globale americana'; afferma che le missioni militari per garantire la pace 'richiedono un'egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite'; rivela l'esistenza di preoccupazioni nell'amministrazione americana a proposito della possibilità che l'Europa possa diventare un rivale degli USA; dice che 'anche se Saddam dovesse uscire di scena', le basi nell'Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente - nonostante l'opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani - perché 'anche l'Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all'Iraq agli interessi statunitensi'; mette la Cina sotto i riflettori per un 'cambio di regime', dicendo che 'è arrivata l'ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell'Asia sudorientale'. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui 'le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina'; il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l'Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un 'sistema mondiale di comando e di controllo'].
In questo modo l’unilateralismo imperiale scalza ciò che, pur con tutti i suoi limiti, vorrebbe essere il multilateralismo solidario dell’ONU. Ma gli stessi autori del progetto sono consapevoli che la cultura americana non è pronta a sposare questo atteggiamento egemone, contrario alla stessa tradizione americana. Il messianismo americano dell’”american way of life” da estendere come valore al resto del mondo non ha nulla a che vedere con questa nuova ideologia che vede nel resto del mondo un avversario da cui difendersi.
Per mettere il Paese su questa linea dunque, era necessario uno choc, una nuova Pearl Harbour, che ridesse nuovo slancio allo spirito d’unità nazionale e fiato all’orgoglio patriottico, per scendere in campo in una lunga guerra vittoriosa. Ed ecco la tragedia dell’11 settembre a cui il paese si è mostrato indifeso e non pronto ad affrontare i pericoli.
Tutto questo è diametralmente opposto a quello che la Chiesa attende per l’umanità: la multilateralità come fondamento della pace.
Gli Stati Uniti, vittima del terrorismo, crede combattere terrorismo ignorandone le cause, con l’uso cieco della forza, senza fare i conti con le profonde disuguaglianze che lacerano il pianeta. La minoranza della popolazione mondiale consuma la maggioranza delle risorse energetiche e ciò non può non essere considerato ingiusto e causa di conflitti. L’argomento delle disuguaglianze va affrontato per vedere i paesi ricchi trincerati a salvaguardare il loro patrimonio.
La guerra in Iraq doveva essere una prova della validità e la messa in pratica di una teoria che non può che aggravare la crisi dell’ONU, il contrasto con l'Europa (vedi boicottaggio USA ai prodotti francesi) e il risentimento mondo islamico.5. La guerra di religione
Altro motivo di preoccupazione della S. Sede è il rischio di una possibile guerra di religione. Il mondo islamico stesso è in preda ad un incendio per il conflitto tra moderati e integralisti. Non tutti i paesi islamici sono arabi (Indonesia, Iran, Turchia) e non c’è paese islamico democratico (la Turchia sarebbe il primo paese mussulmano ad entrare in Europa accettandone le regole).
C’è la presenza sempre più significativa di mussulmani in Europa, tra i quali alcuni interpretano la Jihad, non tanto come una lotta interiore contro le proprie passioni per sottomettersi alla volontà di Allah, bensì come una lotta contro l’infedele.
Mentre in Occidente, nei secoli, si è imparato a distinguere tra sfere di potere, cultura e religione, nell’Islam meno progredito vige la teocrazia. Persino Saddam, per nulla religioso, doveva mostrarsi pubblicamente in atti di culto per catalizzare il consenso popolare.
Il Papa ad Assisi con i rappresentanti delle varie religioni (24/12/2002) ha ribadito che “Nel nome di Dio non esiste alcuna giustificazione ad uccidere”.
L’dea di uno scontro di civiltà è una teoria fatalistica che va estirpata alle sue radici con un dialogo costruttivo: ideale nobile di sopravvivenza.
La S. Sede è preoccupata per i toni messianici usati da Bush nei suoi discorsi, utilizzando un vocabolario etico-religioso, parla di lotta contro il male, di giustizia infinita, di asse del male, evidenziando una autoinvestitura per un mandato salvifico e caricando di forza religiosa atti politici e responsabilità di singoli.
I kamikaze in fondo si fanno esplodere con finalità politiche ma con una ispirazione religiosa, perciò bisogna fare attenzione a non mescolare questi elementi.
Il 18 marzo, due giorni prima dell’attacco scrivevo: “Se poi i responsabili della decisione di scatenare la guerra credessero in coscienza di doverla prendere, sappiano che dovranno renderne conto a Dio, alla comunità internazionale e un giorno, al giudizio della storia. Evitino perciò di attribuirsi una missione salvifica e non pretendano di agire in nostro nome. Not in my name abbiamo letto sui cartelli di tanti manifestanti contro la guerra. Ecco, non in nostro nome, non in nome dei valori della civiltà occidentale. E soprattutto non nel Santo Nome di Dio.”
L’impegno del Papa di chiamare le religioni a raccolta per le loro responsabilità, viene vanificato dall’immagine di un capo di stato che parla in nome di una visione salvifica. Troppa familiarità con Dio e i santi rischia di banalizzare il mistero divino. Tutti noi dobbiamo pensare d’essere amati da Dio in quanto uomini e non in quanto appartenenti ad una fede religiosa o razza. Pensiamo a che cosa significa in Italia il problema dell’immigrazione; il papa è accusato di mollezza quando parla del dovere dell’accoglienza e gli immigrati sono percepiti come minaccia per una cultura e una religione neppure conosciuta e vissuta fino in fondo.
Il grande merito del Papa, riconosciuto dall'umanità, è quello di creare occasioni di dialogo e di speranza proprio nel momento in cui si rischia di costruire muri dando più peso a ciò che divide anziché a ciò che unisce.
6. La leadership americana
La critica mossa ad alcuni atteggiamenti del governo americano non va interpretata come antiamericanismo. “Con tutta la sua oggettiva debolezza e i suoi atteggiamenti critici, l'Europa non cessa di essere l'alleata naturale degli Stati Uniti, finché avrà un senso l'espressione "civiltà occidentale". Per questa ragione trattare i rapporti tra Europa e Stati Uniti in termini di filo-americanismo e anti-americanismo è puerile, è solo un modo di lasciare il cervello a riposo.
Gli Europei più lucidi, e spassionati, riconoscono come un dato obiettivo la leadership che la storia stessa assegna oggi agli Stati Uniti e sono preoccupati perché questa leadership appare loro in crisi e non solo nel campo economico.
Se talvolta sono ipercritici nei confronti di quel grande Paese, è perché da esso si attendono molto Se talvolta parlano di egemonia e d'impero, è perché vogliono scongiurare il pericolo che la leadership americana sia tentata di fondarsi sulla potenza economica, tecnologica e militare piuttosto che su quei valori condivisi che hanno fatto degli Stati Uniti un modello e, per generazioni di europei, un sogno. Ci si attende da una leadership autentica una capacità di visione e di respiro che abbracci le sorti del pianeta, al di là di una pur legittima e doverosa difesa della propria sicurezza e dei propri interessi. Una leadership responsabile ha il senso del primato dell'etica e del diritto nelle relazioni internazionali, ha l'intuizione dell'importanza del consenso, della politica, delle istituzioni internazionali, che è suo interesse, oltre che interesse generale, rispettare, salvaguardare, rafforzare.
Gli Stati Uniti hanno questi valori nella loro tradizione, a questa devono attingere. L'Europa e il mondo hanno bisogno di una America forte, giusta, compassionevole, solidale. Tutti comprendono che l'orrenda aggressione di cui gli Stati Uniti sono stati vittima, e le concrete minacce che il terrorismo fa pesare sui suoi cittadini incidano profondamente sull'animo degli americani e li induca, per istinto di difesa, a guardare il mondo con diffidenza o spirito di rivalsa.
Ma il mondo non può rassegnarsi a immaginare gli Stati Uniti come una fortezza assediata, dentro la quale i suoi cittadini, invitati a lasciare un numero sempre crescente di Paesi, si rifugerebbero spinti dalla paura, lasciando il pianeta al controllo di un sempre più sofisticato arsenale bellico. Quale leadership sarebbe mai questa?”
7. LA CHIESA: costruttrice di pace
Di fronte ai disastri del dopo guerra la Chiesa tace, con un silenzio che evita di rinfacciare la sottovalutazione degli interventi papali, della diplomazia vaticana e dello stesso episcopato americano. Mentre i responsabili si affannano a giustificarsi per le scelte compiute, parlano ora i fatti.
Non è nella natura della Chiesa condannare, finché può cerca di evitare violenza e dolore, ma quando la cecità umana semina odio e sparge sangue: è sempre la prima a curare le piaghe.
La sostiene la certezza che Dio non abbandona e la speranza che dai loro fallimenti i potenti della terra apprendano un po' più di saggezza e di responsabilità.