Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa
ARCHIVIO DELLE ATTIVITA' SVOLTE
CENTRO DI CULTURA CARD. ELIA DALLA COSTA
Sala Calendoli Teatro Civico Schio
Prof. Alessandro CastegnaroDocente di sociologia Università di Padova
Schio, 19 aprile 2007
Verso una chiesa senza preti?
Alcuni mesi fa ci siamo trovati a riflettere sulla secolarizzazione (effetti sulla religiosità).
Ma la secolarizzazione ha effetti diretti anche sull’organizzazione delle chiese e quindi sulla loro possibilità/capacità di rispondere alle domande dei fedeli (e della società).
Questa sera vedremo un aspetto centrale: l’indebolimento del personale ecclesiastico. Un aspetto poco conosciuto e poco dibattuto della ns. chiesa.
Discuteremo di una figura centrale del paesaggio sociale italiano, ed in modo particolare del Nord est
Che ha avuto un peso nella storia personale di molti di noi
Significato del titolo
Una provocazione:
non può esservi una chiesa senza preti, mentre può esservi una chiesa con pochi preti. In molte parti del mondo e d’Europa è così.
Ma molte cose dovranno cambiare
qualsiasi cosa succeda la chiesa (e la parrocchia) di domani saranno profondamente diverse da quelle che abbiamo conosciuto.
Proveremo a rispondere ad alcune domande:
- quali dimensioni? Come si manifesta?
- quali sono le cause? In che senso si può parlare di una crisi delle vocazioni? È perché i giovani di oggi non sono più disponibili al sacrificio…è perché lo Spirito Santo non fa il suo dovere?
- quali prospettive si aprono nei prossimi 15 – 20 anni?
- con quali ricadute sul prete?
- quali rimedi sono stati pensati?
- verso quale modello di chiesa stiamo andando o dovremmo andare?
Il futuro è per definizione incerto, aperto all’imprevisto e quindi ogni riflessione su ciò che potrà accadere è solo descrizione di possibili, o probabili, scenari elaborati a partire da quei segni del domani che già da ora è dato di cogliere.
Ma di demografia si tratta…
1. gli aspetti quantitativi
Nel nostro lontano passato ci sono stati molti preti (troppi preti).
Nel Settecento … secondo alcune statistiche troviamo a Torino un prete ogni 60 abitanti, a Bologna uno su 45, in Toscana uno su 82, nel Napoletano uno su 55. Specialmente nel Mezzogiorno, la pletora di sacerdoti era un problema molto discusso al quale si era cercato anche di por rimedio.
Alla metà dell’Ottocento il clero è, sì, diminuito, ma resta pur sempre molto numeroso, a scapito della severità della selezione e della serietà della formazione. Intorno al 1850, su una popolazione che, nei confini attuali, superava di poco i 23 milioni, incontriamo circa 100.000 sacerdoti, con una media di un sacerdote ogni 250 abitanti (rispetto ad una media di uno ogni 50-60 del secolo precedente) e un vero eccesso di edifici aperti al culto (parrocchie, collegiate, “chiese ricettizie[1]”, rettorie, cappelle, succursali, ecc.).
Le cose da allora sono molto cambiate ed il numero dei preti è costantemente diminuito.
Dia 2. preti diocesani e religiosi in Italia
osserva che con il 1931 la diminuzione si arresta. In quegli anni i religiosi aumentano e così le religiose. Si ha anzi una crescita delle ordinazioni complessive di sacerdoti (diocesani + religiosi) che raggiungono un nuovo massimo nel 1971 (63.000 contro i 37.000 del 1931)
Gli anni 50 e 60 sono anni in cui si aprono nuovi seminari. Negli anni 50 le entrate nei seminari minori conoscono un progressivo incremento (quota massima nel 1961 con 6.714 ingressi) (si commisero allora molti errori, cfr. Tencarola: un tempio all’imprevidenza)
È con l’inizio del 1970 che il quadro muta ed il numero di preti riprende a diminuire
Dia 4. I preti in Italia, tanti o pochi?
Solo l’Umbria supera la densità del Veneto (ma grazie ad una forte presenza immigrata)
Chi ha più preti però di solito ha anche un corpo presbiterale e le dinamiche negative si manifestano in forma più accentuata
Ma ci sono due problemi:
sono vecchi (dia 5, invecchiamento del clero)
e le vocazioni sono poche rispetto al passato
Dia 9 seminaristi
Sottolinea la ripresa di presenze dei seminaristi negli anni 80 – 90. Nello stesso periodo la popolazione è diminuita. Si può stimare tra 80 e 2000 un incremento di circa il 32% dei giovani che diventano sacerdoti diocesani.
Sottolinea: permanere di un alto livello della situazione vocazionale in Italia.
- nel 96 ci sono 3 seminaristi ogni 1000 maschi battezzati tra 20 e 24 anni prima
- è il triplo rispetto a Francia – Belgio e Olanda; il doppio rispetto alla Svizzera. Molto più che in Spagna, Austria. Solo in alcune aree dell’Est (Polonia) l’incidenza è più alta.
Dia 12 Preti diocesani Italia
Gli Italiani al 2023 saranno 22.000
2. Le cause
Le origini immediate (Dia 20, entrate ed uscite - Triveneto)
Poiché i preti non si riproducono da sé…
La riduzione quantitativa delineata è ovviamente il risultato di uno squilibrio tra gli ingressi e le uscite, tra le vocazioni e i decessi.
Come è noto vi è stata una netta riduzione degli ingressi attestatisi su livelli di poco superiori ad un terzo dei valori registrati sul finire degli anni 60.
Ma lo squilibrio tra ingressi e uscite si avverte così fortemente anche per un’altra ragione.
- Gli ingressi in passato erano stati molto numerosi
- le speranza di vita delle generazioni entrate nella prima metà del 900 si sono ampliate di molto (questa è una delle ragioni per cui non ci siamo finora accorti del problema)
Dunque… quelli che lasciano sono in numero così elevato anche per il rigonfiamento delle coorti di età che stanno giungendo al termine del loro impegno pastorale.
Per capire che cosa le tendenze esaminate significhino in pratica basti dire che se in molte diocesi venete alla fine degli anni 60 vi era più di un nuovo sacerdote per ognuno che lasciava (fino a 3 in alcune diocesi), trenta anni dopo vi è un solo nuovo sacerdote ogni tre che lasciano l’incarico.
Si è parlato e si parla a questo proposito di crisi delle vocazioni e quindi si spera che un domani questa possa essere superata.
I vescovi ci invitano ogni anno alla preghiera. La crisi delle vocazioni viene presentata come un fatto quasi misterioso. Una specie di eclissi dell’azione dello spirito (“contumacia dello Spirito”)
In realtà non c’è molto di misterioso in tutto ciò
E c’è da dubitare che di crisi in senso stretto si tratti, nel senso di una crescente indisponibilità dei giovani attuali a diventare preti a seguito della gravosità del compito richiesto, della (peraltro ben nota) scarsa disponibilità ad assumere impegni permanenti, della paura della solitudine, dell’obbligo del celibato, ecc..
Ci sono due ragioni di fondo della diminuzione:
- Declino demografico: la restrizione quantitativa delle coorti generazionali che costituiscono il serbatoio delle vocazioni, dovuta al calo della natalità (stimabile grossolanamente in almeno il 40% se si confrontano i nati negli anni 80 con i nati negli anni 50)
- Il cambiamento del quadro socio-religioso. riduzione dell’area formata di coloro che hanno un senso forte di appartenenza alla chiesa. prendiamo l’incidenza dei i cattolici praticanti come indicatore della consistenza di quella che potremmo chiamare la comunità cristiana in senso stretto e che costituisce in via di prima approssimazione l’area di reclutamento dei nuovi preti.
Veneto tra il 1970 e il 1985, possiamo dire che la flessione della pratica regolare è stata corrispondente alla riduzione dei candidati al sacerdozio (all’incirca - 38% la prima, - 36% i secondi).
Se teniamo conto di entrambe le tendenze avremmo dovuto attenderci dunque una riduzione forse ancora maggiore di quella che c’è stata.
In modo forse un po’ paradossale si può dire…. Una vera e propria crisi delle vocazioni in realtà non c’è stata. (Lo Spirito ha continuato il suo compito)
È questa la ragione per cui difficilmente è da attendersi una ripresa di dimensioni tali da poter riempire le falle che si sono aperte. (anche per le ragioni di cui abbiamo discusso nell’autunno scorso: individualizzazione del credere; allentamento del senso di appartenenza alla chiesa).
Una ripresa non si può escludere. Potrà anche esserci. E va fatto tutto il possibile per favorirla.
Ma va tenuto inoltre presente che:
- anche nell’ipotesi di una ripresa questa non sarebbe in grado di risolvere il problema perché la flessione viene dopo un periodo di boom delle vocazioni e dunque coloro che lasciano saranno comunque in numero largamente superiore a quelli che entrano. (occorrerebbe un incremento di circa 100 giovani rispetto ai livelli attuali)
- per mantenere il livello attuale delle ordinazioni occorre che le azioni vocazionali risultino più efficaci di quanto non siano, considerato che i giovani diminuiscono di numero. Bisogna accrescere la propensione dei giovani a farsi preti.
Ho indicato due ragioni: Ve ne sono anche altre (che però si intrecciano con le precedenti, non sono indipendenti)
- Scomparsa del mondo contadino (principale serbatoio). È cambiato il mondo…
- Ruolo della famiglia: una scelta che riguarda i figli che si unisce ad una certa preoccupazione per una scelta che presenta ormai più oneri che onori (cfr. la catechista che mi ha parlato tempo fa). Siamo ben lontani da quel genere di famiglie che avevano molti figli e indicavano ad uno di essi come conforme alla volontà dei genitori la scelta di farsi prete o religioso.
- scolarizzazione di massa ed effetti sui seminari minori (vedi Dia 21).
- Effetti che sono anche l’esito di un cambiamento nel concetto di vocazione.
Si avvia infatti una critica al modello vocazionale che giustifica l’esistenza dei seminari minori.
In essi la maturazione della vocazione non veniva posta come condizione di avvio del ciclo formativo, ma all’opposto era l’obiettivo finale dell’iter scolastico-formativo.
La vocazione veniva intesa come inclinazione innata dell’anima, seme che Dio pone nelle persone, germe di grazia da riconoscere e da far crescere in un ambiente protetto (seminarium/vivaio).
Oggi questa impostazione è stata messa in discussione e la vocazione ritorna ad essere (secondo il modello orginario) primariamente appello divino che emerge alla consapevolezza/coscienza della persona nel momento in cui si interroga sul senso dell’esistenza e del suo specifico servizio ecclesiale.
Un’opzione pertanto tipica dell’adulto, che ha come suo ovvio risvolto quello di collocare l’entrata in seminario in tempi più avanzati, quando si è raggiunta la maggiore età.
Una volta però che si pone la scelta vocazionale tra le opzioni esistenziali dell’adulto essa inevitabilmente viene ad allinearsi, per dinamica e modalità di attuazione, su quelle che più le assomigliano: scelta professionale e matrimonio in primo luogo. Per cui mano a mano che si spostano verso l’alto i tempi delle scelte “definitive”, abbiamo un parallelo innalzarsi dell’età di entrata in un Istituto religioso e delle ordinazioni sacerdotali[2].
In sostanza possiamo dire che oggi conta di meno l’inerzia della socializzazione familiare ed ambientale e di più la scelta consapevole.
È probabile che la pastorale vocazionale diventi in questo contesto più rilevante che in passato.
3. Sintesi
Quindi noi (e la chiesa) dobbiamo abituarci all’idea di una situazione nuova per la quale si è abbastanza impreparati.Si va verso un cattolicesimo nel quale i preti saranno più rari e dobbiamo chiederci:
- sarà ancora possibile mantenere tutto quel complesso di attività che oggi le parrocchie offrono?
- quali effetti avrà tutto ciò sulla vita dei preti? E sulla capacità di rendere ancora/nuovamente attraente la scelta di farsi prete?
È facile prevedere che noi andremo incontro ad una secca riduzione di ciò che le parrocchie offrono, ad una sostanziale eclissi di molte comunità parrocchiali prive di riferimenti presbiterali, alla tendenziale limitazione dei compiti assunti dal prete al servizio liturgico.
È al modello di chiesa e di parrocchia che dobbiamo allora volgere la ns. attenzione.
4. Il modello pastorale
La situazione del prete oggi difficilmente potrebbe essere compresa senza essere inquadrata nel modello di chiesa e di parrocchia (pastorale) ereditato dal passato e che è stato pensato per un contesto di cristianità che ora non esiste più.Proviamo a descriverlo
La parrocchia può essere vista come il luogo di incontro tra le “domande” espresse, dai fedeli laici (di assistenza spirituale, di liturgia, di educazione delle nuove generazioni, ecc) e l’“offerta” che i presbiteri pongono in essere in risposta a quelle domande ed in attuazione delle finalità pastorali che essi perseguono.
I caratteri del ns. modello ci chiesa sono:
1. la separazione laici presbiteri
- concentrazione sui preti dell’offerta parrocchiale e religiosa; sono i preti che producono ciò che la parrocchia offre alla comunità (di gran lunga i principali produttori…)
- I fedeli laici non sono estranei alla produzione dell’offerta religiosa, ma questa è essenzialmente “sulle spalle” del clero. Ai laici compete più il versante della domanda, che quello dell’offerta. C’è una netta separazione tra produttori e fruitori dell’offerta religiosa (una separazione che è tra laici e presbiteri; lo scisma pastorale di cui parla Zulener). L’atteggiamento di fondo dei laici è di delega.
- La precondizione di questa separazione è la bassa scolarizzazione e l’analfabetismo teologico dei laici. Un derivato è il clericalismo di molti tra i laici attivi (uso l’espressione in senso figurato: subalternità, ma anche mentalità convenzionale, dogmatica, la scarsa propensione per il rischio dell’innovazione; quando innovazione c’è viene più dai preti che dai laici);
2.un’ampia offerta parrocchiale
- un modello molteplice di offerta parrocchiale (nel Triveneto in modo particolare), non limitata alla dimensione propriamente religiosa, ma estesa ad altre dimensioni sociali, educative, socioculturali;
- un’offerta anche quest’ultima la cui produzione è stata in buona parte concentrata sui presbiteri stessi (o comunque diretta dai presbiteri). Una delle precondizioni di questa concentrazione è che si trattava di servizi i quali, in contesti meno complessi di quello attuale, richiedevano un basso livello di specializzazione. Il parroco di una volta possedeva tutte le competenze necessarie per far fronte alle richieste dei parrocchiani. Oggi no (vedi crisi familiari);
3. una diffusa capillarità della presenza presbiterale (alto numero di parrocchie, spesso di piccole dimensioni) e sforzo per garantire almeno un prete per parrocchia.
Si tratta di un modello che ha dato ottimi risultati in passato, forse qui più che altrove, dato il forte radicamento sociale delle parrocchie, ma che oggi è entrato in una fase di trasformazione (transizione), per il venir meno di alcune sue condizioni essenziali – a cominciare dalla abbondanza di preti - e perché sempre più inefficace dal punto di vista pastorale.
5. Un mestiere difficile
Il permanere di questo modello di chiesa e di parrocchia - nonostante l’accresciuto impegno dei laici nella collaborazione con i preti - sta rendendo molto difficile il mestiere di prete.
Nonostante le ben note tendenze secolarizzanti e la diminuzione della pratica registrata soprattutto in passato, la riduzione del numero di preti non è stata accompagnata da una altrettanto rapida diminuzione delle domande che giungono alle parrocchie.
Una obiezione possibile infatti potrebbe essere che è varo che i preti sono diminuiti, ma sono calati anche coloro che mantengono un rapporto stretto con la chiesa e le pongono molte richieste.
Ma non è così, per due ragioni:
1. perché permangono richieste che provengono alle parrocchie anche da chi manifesta una pratica ridotta. Si tratta di domande ,
sia di natura socioculturale (come ad esempio educazione delle giovani generazioni)
che di natura religiosa (ritualità straordinaria legata alle fasi della vita; vedi funerali).
Ciò è particolarmente evidente nel Triveneto, dato il permanere di una quota maggiore di persone che praticano saltuariamente e ricorrono ai servizi parrocchiali. Non a caso da una indagine OSReT si viene a sapere come siano più frequenti nel Nordest che a livello nazionale i preti che descrivono il prete come “una persona oberata da molti impegni” e come un “dispensatore di sacramenti”;
2. perché le domande si fanno più complesse e diversificate richiedendo ai presbiteri competenze diverse e articolate (anche per i ragazzi). Ai preti si chiede contemporaneamente capacità di accompagnamento spirituale personalizzato e capacità gestionali quasi manageriali, difficili da trovare nella stessa persona.
Il “lavoro” che è richiesto ai preti è dunque diminuito meno di quanto non sia diminuito il loro numero, si è fatto più complesso e richiederebbe una molteplicità di competenze .
Dobbiamo ricordare inoltre che a rendere difficile il mestiere del prete contribuiscono altri fattori:
- la percezione di scarsa efficacia nella propria azione innanzitutto, la sensazione di operare in un ambiente non più ricettivo del messaggio cristiano,
- una certa perdita di considerazione sociale (e di status, vedi la perdita di significato del termine “carriera ecclesiastica)
- le difficoltà di natura pastorale come
· Quella a prefigurare nuove forme di azione pastorale, di cui si avverte la necessità, ma di cui non si intravede ancora chiaramente il profilo.
· quella a seguire e capire i mutamenti del contesto
Non è difficile capire come la conseguenza più immediata di tutto ciò possa essere il diffondersi di situazioni di sovraccarico e quindi di stress, condizioni che a loro volta possono contribuire a rendere meno attraente la prospettiva vocazionale per i giovani.
6. i rimedi tentati (e i loro limiti)
In Italia
Una attenzione inadeguata da parte delle chiese e misure insufficienti
1. riorganizzazioni territoriali: le unità pastorali. Si è preso atto che il modello del prete per parrocchia non regge più, si cerca di affrontare la questione della solitudine abitativa del prete (37% dei preti e metà dei parroci attualmente vivono da soli). Ma come recita la proprietà commutativa della moltiplicazione il prodotto dei fattori non cambia: potranno le comunità locali mantenersi vive e vivaci? Potranno le UP garantire lo stesso livello di offerta che prima veniva offerto da un numero più che doppio di preti? La capillarità di presenza delle chiesa potrà essere mantenuta?
2. l’importazione di preti dall’estero.
Nati all’estero: 5% in Italia, 2% in Veneto, 20% in Lazio, tra il 30 e il 50% dei – 40 nell’Italia Centrale (5,6% nel Triveneto). Essendo più giovani la loro incidenza sul clero è destinata ad aumentare in modo automatico
- serbatoi destinati a colmarsi? Cfr Polonia
- I rischi di etnicizzazione del clero: rischia di porsi come ulteriore disincentivo allo sviluppo di nuove vocazioni.
All’estero
- alcuni casi di drastica riduzione del numero di parrocchie (Francia: aggregazioni di circa 10.000 abitanti; in alcune diocesi si è passati da 6-700 parrocchie a 60-70)
- Un sostanziale coinvolgimento dei laici nelle responsabilità pastorali anche (ma non solo) nella forma della professionalizzazione di alcuni ruoli
6. Prospettive
La Chiesa deve pensare ad un cambiamento di modello assai più radicale di quanto finora si è praticato.Senza del quale sarà di fatto materialmente impossibile mantenere l’insieme di attività, ruoli, funzioni che oggi la caratterizzano e che attualmente convergono sul clero.
È da prevedere una restringimento di quanto le parrocchie oggi offrono alle popolazioni che in esse vivono. La condizione di vita del prete rischia di appesantirsi più di quanto già oggi nono lo sia.
Cogliere la situazione nuova come Kairos – segno dei tempi. Se il clero non fosse diminuito non si sarebbe mai pensato di por mano al modello di chiesa che abbiamo ereditato dal passato, un modello che non presenta solo problemi di sostenibilità, ma di efficacia dell’azione pastorale (difficoltà dell’annuncio cristiano).
Domande sbagliate e domande giuste
d. sbagliata:
come può la chiesa con meno preti continuare a fare nello stesso modo tutto quello che faceva prima, senza in altre parole cambiare nulla di sostanziale?
d. giuste
- la Chiesa, quale servizio intende garantire al territorio in cui vive
- quale riorganizzazione territoriale è necessaria?
- Nello svolgimento del servizio che la Chiesa intende continuare a dare quali compiti sono affidati ai sacerdoti?
- Quali invece sono da affidare ad altri operatori pastorali (laici e religiosi)?
Se non si trova il modo di rispondere (e rapidamente) a queste domande, se non vengono prese delle decisioni, i preti verranno progressivamente ingabbiati nella gestione del servizio liturgico (cfr rally eucaristici e caccia al prete ad ogni decesso). Questa reductio ad unum produrrà un ulteriore calo vocazionale.
Indicazioni
- Dobbiamo riconoscere che i preti hanno svolto per tanto tempo una funzione di supplenza (Martini), (che si giustificava con la bassa scolarizzazione dei fedeli laici)
Necessario individuare e valorizzare lo specifico ecclesiale del presbitero, avendo il coraggio di assegnare al laicato quelle funzioni che non sono connesse al ministero ordinato.
- Riflettere sulla vocazione è certamente domandarsi quanti preti (?), ma anche per fare cosa (?). Questione forse più decisiva di quella del celibato e del sacerdozio alle donne
Occorrerà sciogliere la questione ancora aperta (Dal Piaz) di che cosa debba prevalere nel formare l’identità del prete la dimensione sacrale oppure quella di animatore-presidente della comunità. Il prete è una manager di comunità o il suo compito consiste essenzialmente nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione dei sacramenti, nell’accompagnamento spirituale delle persone e dei gruppi (oltre che nella loro formazione)?
- Solo se si affronta questi problemi è sperabile che nuove e più attente politiche di reclutamento (azioni vocazionali) risultino efficaci
- Sarà necessario chiedersi seriamente e decidere in modo autorevole cosa le nostre comunità intendano offrire: quali servizi della fede e quali servizi che derivano dalla fede (diaconie ex fide, diaconie fidei, Martini)
- La sfida sarà coniugare capillarità di presenza e specializzazione. La capillarità è la condizione per mantenere comunità di fede vive.
La capillarità della presenza non sarà possibile se non verranno individuate, e promosse figure di coordinatori di comunità (che mantengono le relazioni interne alla comunità , garantiscono il servizio della Parola, tengono i rapporti con il prete e con i servizi specializzati che sarà necessario offrire ad un livello interparrocchiale, vicariale
- La specializzazione è necessaria se si vuole essere all’altezza delle sfide del tempo presente (pastorale della famiglia vuol dire sì sostegno religioso, ma anche psicologico ed educativo). Serviranno non solo buon persone, ma anche persone motivate e competenti, che operano a livello di aree sufficientemente vaste da giustificare l’investimento
- Non sarà possibile fare tutto ciò se non si pensa ad una pastorale che è prodotta da una pluralità di operatori (carismi e ministeri, cfr. le comunità apostoliche delle origini)
- E se non si affrontano le complesse questioni formative, giuridiche e retributive che l’impiego di altri operatori pastorali comporta. Il nodo fondamentale qui non è né quello formativo, né quello retributivo, ma la difficoltà a creare nuove linee di autorità riconosciute e riconoscibili accanto a quelle tradizionalmente identificabili nel clero
- Molte di queste indicazioni chiamano in causa decisioni che coinvolgono una chiesa locale nel suo insieme. Noi ora potremmo…
Essere meno esigenti. Assumersi maggiori responsabilità, alleggerire la loro vita e permettergli di occuparsi delle cose che solo loro sanno fare e sono legittimati a fare. (vedi il numero di messe). Questo sarà il modo migliore per contribuire anche ad una ripresa delle vocazioni.
Problema, se questi operatori non sono preti perché fanno i preti e se fanno i preti perché non vengono ordinati?
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[1] Si chiamavano così le chiese in cui l’amministrazione e la partecipazione alle rendite ad esse annesse spettavano, pro rata, a coloro che erano addetti al loro servizio, i quali avevano il nome di partecipanti. Esse erano diffuse soprattutto nell’Italia meridionale.
[2] nel Triveneto tra il 1985 ed il 1994 l’età media di entrata in un Istituto religioso maschile o femminile è stata di 29,4 anni. L’età media all’ordinazione dei preti in Italia ha ormai superato i 30 anni.