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S.E. Mons. CesareNosiglia

LE SFIDE DELLA MODERNITA’ ALL’EDUCAZIONE DEI GIOVANI
(Schio, Centro di cultura card. Dalla Costa, 7 ottobre 2004)

Inizio questo mio intervento su un tema importante, complesso e delicato, soffermandomi su alcuni aspetti problematici e su alcune prospettive positive del compito educativo che interessa oggi la vita dei ragazzi e giovani.

Da più parti del mondo scolastico, culturale, familiare, politico e sociale ci si rende sempre più consapevoli della centralità decisiva che ha oggi l’educazione e dell’impegno che essa comporta per tutti i soggetti interessati. Consideriamo allora alcune riflessioni su questo tema.

1. Un’intera vita per educare ed educarsi.

Nascere non significa solo abbandonare il grembo materno, ma, in un certo senso, prendere coscienza che tutta la vita è un processo di nascita. In realtà, osserva Erich Fromm, “non dovremmo essere completamente nati solo quando moriremo, benché il tragico destino della maggior parte degli uomini sia quello di morire prima di essere nati”. In altre parole, il percorso di costruzione della propria identità, che in termini religiosi può essere visto anche come il percorso di realizzazione di ciò che siamo chiamati ad essere, dura tutta la vita. Questo compito fondamentale di ciascuno di noi non è certamente un dato nuovo dal momento che in ogni tempo ed in ogni cultura la ricerca della propria realizzazione caratterizza l’esperienza umana.

Se collochiamo la nostra riflessione, oggi, all’interno del contesto della cultura e della società attuale e se la riferiamo in particolare a quel momento evolutivo delicato e difficile che è il periodo adolescenziale e giovanile, i problemi della crescita assumono una loro peculiare manifestazione.

La modernità sembra essersi chiusa portando a maturazione la crisi della soggettività così come era stata inaugurata da Cartesio, arrivando alla sconfitta dell’io diviso, frammentato, senza qualità. La sconfitta delle ideologie ha lasciato il campo all’unico paradigma che oggi sembra dominante, quello dell’economia di un mercato che non conosce limiti né spaziali né etici. Il nostro tempo è attraversato da continue trasformazioni di una società definita complessa nella quale le relazioni si moltiplicano, ma si fanno sempre più insignificanti e superficiali ed i valori di riferimento comune si relativizzano, l’esperienza si parcellizza e l’incertezza sul futuro porta ad un ripiegamento sul presente senza speranza.

Emerge dunque una soggettività debole, perplessa, insicura, timorosa di scelte troppo forti ed estese nel tempo, provvisoria, dunque, abbandonata all’immediatezza del momento, narcisistica. In questo contesto culturale e sociale di massificazione ed insieme di individualismo esasperato ed in continua mobilità culturale, quale aiuto può venire per la realizzazione di sé dall’educazione? Credo che, anzitutto, occorra che gli educatori non si lascino prendere dal panico e quindi cerchino di inseguire i cambiamenti in corso adattandosi ad essi, ma sapendo anche proporre una alternativa, un “contropotere”, capace di andare controcorrente e di aiutare i giovani ad essere se stessi in sincerità. Comunque, emergono alcune sfide che l’educazione deve saper affrontare e che sottopongo alla Vostra attenzione.

2. La fatica di “ri-nascere” nel corso di tutta la vita.

Uno dei primi problemi che l’adolescente e il giovane devono affrontare (ma la cosa riguarda anche le età precedenti) è quello di nascere socialmente, uscendo dal guscio iperprotettivo di una famiglia, che vive con disagio il compito educativo. Disagio che nasce dal fatto che il compito educativo oggi esige il superamento di modalità relazionali tutte vissute dentro una dimensione affettiva avvolgente, ma che rischia di soffocare la responsabilità e le scelte dell’individuo. Occorre, quindi, scendere sul terreno difficile, ma necessario, di insegnare delle regole di vita, che si testimoniano in prima persona e che sollecitano la presa in carico di giocarsi la propria libertà sulle responsabilità che conseguono ad ogni comportamento e scelta. In una famiglia dove il padre è pressoché assente (e la mancanza di una autorità di riferimento è deleteria per l’educazione) e la madre, che lavora, si fa perdonare l’assenza con un atteggiamento benevolo e disarmante, è logico che entrambi i genitori rovescino sui figli regali di ogni genere, cose e proposte esteriori, che ne riempiono la vita, ma li lasciano soli, fondamentalmente soli con se stessi, con le proprie domande esistenziali, con i propri drammi.

In questo contesto, i ragazzi e i giovani non sono incoraggiati a distaccarsi dalla famiglia, ma, al contrario, a rimanerci come in un guscio protettivo, che ne impedisce la crescita armonica e libera e lascia in uno stadio adolescenziale fino a trent’anni e oltre.

3. Il disagio del presente e la paura del futuro.

Un tempo i ragazzi e le ragazze sognavano di andarsene da casa e di avere una vita autonoma. Oggi vogliono la loro libertà di azione, ma serviti e riveriti in casa di mamma e papà, che garantiscono servizi e mezzi a buon mercato. I giovani hanno paura di camminare da soli, e quindi del futuro, e restano volentieri nel presente, anche se questo produce inevitabilmente frustrazioni profonde, non accettazione di sé (pensiamo all’anoressia e alla abulimia), ricerca della trasgressione, fuga dalla realtà per un mondo fantasistico, uso di sostanze nocive e, nei casi piu’ gravi, anche violenza omicida.

Il timore di non farcela è accresciuto da una diffusa situazione di incertezza riguardo al futuro. E’ questo un punto decisivo: la costruzione di sé esige un buon rapporto con il passato (tradizione) e una prospettiva positiva per il futuro (progetto di vita). Oggi non si ha più memoria ed i sogni sono tramontati, le ideologie sono svanite, la speranza sembra svanita per sempre. Si vive il presente, schiacciati in esso senza capirne il senso.

I ragazzi e i giovani hanno bisogno di educatori, che li aiutino a coniugare insieme passato, presente e futuro per saper progettare il domani come una meta affascinante e possibile di rinnovamento di sé e degli altri, del mondo e della storia. Purtroppo, si trovano davanti, sia in famiglia che a scuola e forse anche in parrocchia, adulti delusi, scettici, feriti dalla caduta dei loro ideali e dei loro sogni giovanili, deludenti.

4. Il processo di crescita come introduzione nella realtà.

Crescere significa assumersi delle responsabilità verso gli altri. Questo significa avere un rapporto concreto e non virtuale con la realtà.

Il disagio verso il proprio corpo e le svariate forme di manipolazione violenta, alle quali viene sottoposto dalla moda e dai modelli di riferimento ideali, conducono il giovane a rifiutare se stesso e ad assumere un atteggiamento pessimistico verso la propria persona. Quando non c’è capacità di accettarsi anche nel corpo, viene preclusa la capacità di percepire correttamente la realtà piu’ vasta.

Questo tema della corporeità è centrale nel processo di apertura alla realtà. A questo si aggiungono altre fughe tipiche del mondo giovanile: la fuga dagli altri (anche quando ci si mimetizza dentro il branco o il gruppo rinunciando ad esser se stessi e omologandosi per essere accettati); la fuga dal tempo (dal passato contestato come vecchio e sorpassato, dal presente rifiutato perché privo di un ruolo sociale accettato dagli altri, dal futuro perché chiuso e incerto); la fuga dalla religione e da Dio, di cui si coltiva magari una dimensione intimistica, affettiva, oggetto di sfoghi personali, senza il reale rapporto con una persona qual è Cristo (del quale si parla sempre meno per rifugiarsi in un deismo astratto ed orientaleggiante fino al panteismo della New Age).

5. Educare all’essere prima che al fare.

Una società e cultura efficentista e protesa al profitto economico ha invaso i pensieri e la vita di obiettivi materialistici per cui si apprezza solo ciò che è utile e risponde ai bisogni immediati. L’elemento spirituale, la vocazione alla trascendenza, l’amore gratuito e il sacrificio per gli altri vengono accolti solo se ritenuti soddisfacenti ed emotivamente ricchi di esperienze, che fanno sentire vivi e felici. Da un lato critichiamo tutti l’opulenza e i modelli consumistici che i mass-media rovesciano su di noi, ma dall’altro ci stiamo bene dentro questo mondo utilitaristico, che esalta l’individuo rispetto alla comunità e alla solidarietà. Per cui si rifiutano leggi morali oggettive e la verità diventa opinione, la libertà consiste nel fare ciò che piace in quel momento, la sessualità si concretizza nella ricerca della soddisfazione di sé senza freni inibitori di alcun genere.

In questo contesto culturale non c’è da stupirsi se l’educazione punta all’avere di più invece che all’essere di più. Purtroppo la stessa famiglia non si è potuta sottrarre a questa influenza. Non è strano, allora, il disprezzo o addirittura la pressione, che si esercita sul figlio, quando questi dichiara di voler scegliere studi non immediatamente finalizzati alla professione più redditizia del momento o peggio intende dedicarsi alla vita sacerdotale, religiosa o missionaria.

Essere significa che la persona va accompagnata nel prendere coscienza della propria personalità umana, spirituale e morale, sociale e comunitaria al fine di discernere il bene-essere e poter bene-fare. L’educazione deve partire dalla verità sull’uomo, dall’affermazione della sua dignità e dalla sua vocazione trascendente. Una antropologia senza Dio rischia di far morire l’uomo prima ancora di nascere alla vita piena: che vale infatti all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso, se perde la sua anima spirituale?

6. Il rapporto con altri diversi da sé: l’intercultura.

Il mondo di fa sempre più piccolo e la mobilità della gente e delle culture e religioni invade ogni società e causa tensioni, discussioni, rifiuti, cambiamenti anche profondi.

L’educazione deve affrontare il grande tema dell’intercultura come una opportunità alternativa e costruttiva di una personalità libera e responsabile. Tale educazione non è dunque un di più, ma una necessità inderogabile, condizione di una nuova identità collettiva e personale che tende a tre obiettivi:

* ampliamento del sapere: conoscere è principio di libertà, scaccia timori e paure inconscie del diverso, permette di dialogare su un terreno comune con gli altri, rende capaci di riconoscere valori e tradizioni usufruendo, in una prospettiva solidale, delle risorse ad essi proprie;

* formazione dell’identità personale e sociale: il confronto con gli altri è una sfida a conoscere ed apprezzare meglio anche i propri valori e le proprie radici culturali, religiose e sociali. Solo una chiara identità forte può dialogare con tutti senza paura di essere fagocitati. Nello stesso tempo ciò sollecita la testimonianza delle proprie convinzioni e permette un equilibrato discernimento;

* capacità di dialogo e di collaborazione.

Non è rinunciando alla propria identità che si costruisce una società pluralista e nemmeno accettando tutte le identità sullo stesso piano, ma è rispettando la cultura e la tradizione di un popolo che è possibile accogliere altre culture, religioni e tradizioni come risorse positive fondate sul mutuo rispetto e dialogo.

Il pericolo più grave in questo senso sta nel sincretismo e nel populismo (vogliamoci tutti bene, una religione vale l’altra, ognuno faccia quello che ritiene giusto per se stesso). Le differenze restano tali non come contrapposizioni ma come invito al dialogo e alla collaborazione su valori condivisi e costituzionalmente riconosciuti, come base portante della società.

Solo il dialogo consapevole tra due identità riesce a creare un autentico pluralismo e dunque una convivenza pacifica, che non si basa solo sulla tolleranza o sull’accettazione indifferenziata di ciascuna cultura, ma tende a fondarsi su identità precise, che trovano il loro tessuto vitale nell’appartenenza comunitaria di un popolo, il quale ha una sua identità collettiva da accogliere, conoscere e rispettare.

7. Il rifiuto e ricerca dell’autorità.

Non c’è nei giovani alcuna nostalgia verso forme di autoritarismo di tipo formale, prive di autorevolezza, false o violente. C’è però consapevolezza dell’urgenza, tanto in famiglia quanto a scuola e nei diversi contesti della crescita, dell’importanza del riferimento ad un adulto responsabile, che non pretende il rispetto formalistico di regole non giustificate, ma offre un punto di appoggio e di orientamento per la crescita, proposte affascinanti e convincenti, una interlocuzione leale, il coraggio di indicare un percorso possibile. L’autorità, così intesa, è l’altro, l’interlocutore, che consente di riflettere e di riorientare il cammino, di far guardare nella stessa direzione, di catturare anche lo sguardo. L’educatore è autorevole perché è credibile, perché l’ipotesi che propone è la stessa che egli sperimenta e testimonia. Questa affermazione giustifica, allora, il fatto che i giovani cercano adulti competenti in ascolto, in accompagnamento, nel prospettare un senso per l’avventura della crescita e capaci non di trattenere ma di indirizzare. Il richiamo decisivo agli educatori apre altri fronti importanti per l’educazione.

8. Educare non significa offrire solo servizi, ma nuove relazioni.

Oggi viviamo in un mondo di super informazione, che si avvale di nuovi linguaggi affascinanti e ricchi di sempre nuovi stimoli ed interessi. E’ un dato, questo, molto positivo, ma che rischia paradossalmente di isolare ancora di più la persona dentro un mondo virtuale e soggettivo da cui diventa difficile uscire per dialogare e rapportarsi poi all’altro e agli altri. Si impoveriscono così i rapporti interpersonali e la comunicazione verbale ed esperienziale tra i vari soggetti educativi.

A questa carenza si supplice spesso con i tanti servizi e proposte che si rovesciano sugli adolescenti e accontentano le loro pulsioni occasionali e momentanee, epidermiche, senza lasciare traccia dentro.

E’ necessario che i vari soggetti coinvolti in campo educativo si parlino e si incontrino su una piattaforma comune di indirizzi e di valori condivisi. E’ urgente che i ragazzi possano avere degli interlocutori disponibili ad ascoltarli e a camminare con loro, condividendone le aspirazioni e le domande, le sfide e le provocazioni con spirito non paternalistico, ma amicale e sereno.

Bisogna dare vita ad un vero e proprio patto educativo tra famiglia, scuola, comunità civile e religiosa e gli stessi ragazzi, rendendosi tutti responsabili di una testimonianza di vita coerente e sincera. Il fine non è quello di catturare o di orientare su binari precostituiti, ma di sollecitare le risorse positive dei ragazzi su valori e proposte ricche di umanità e di spiritualità. Questo discorso pone in risalto un fatto che spesso noi adulti non vogliamo ammettere: la difficoltà di dover cambiare noi e il nostro modo di essere e di rapportarci con le nuove generazioni. La crisi dell’educazione non sta nella indifferenza o nel rifiuto da parte dei giovani, ma nel nostro mondo adulto, privo spesso di veri valori di riferimento, di forza di testimonianza coerente, di ideali per cui impegnare la vita.

Vale la pena, dunque, ricordare don Bosco il santo della gioventù. Lui amava i giovani perché erano giovani, senza altre specificazioni. Li cercava là dove erano, per la strada o in carcere, nelle periferie o nelle case; comunque si rapportava a loro così com’erano senza dare l’impressione di volerli cambiare a tutti i costi. A partire dall’amicizia e dal rispetto, faceva leva sulle risorse che sempre vedeva in ogni giovane, anche il più disgraziato e delinquente.

Per venire più vicino a noi, penso al Santo Padre e al suo rapporto con i ragazzi e giovani, rapporto che ho potuto osservare in oltre 12 anni di vicinanza a Giovanni Paolo II. Il Papa incontra i giovani prima ancora di parlare con loro, facendo sentire che li stima potenzialmente capaci di fare ciò che poi chiede loro. Questo crea un rapporto di comunicazione interiore, che costruisce una rete di sensibilità e di ascolto. Il Papa sa ascoltare i giovani, anche quando apparentemente tacciono o si esprimono con linguaggi non verbali, alla loro maniera. Su questa base Giovanni Paolo II vola alto con loro, li spinge in alto, non si lascia invischiare dalla tentazione di farsi accettare a tutti i costi, li sprona a rendersi conto di quegli ideali grandi che hanno dentro e che magari non vogliono manifestare né a loro né agli altri preferendo mascherarsi dietro l’anonimato della massa e del fanno tutti così.

“Siamo due milioni qui a Tor Vergata – mi diceva una ragazza nella GMG del 2000- ma quello che il Papa dice sembra proprio che lo dica a me , a me sola. Gli altri scompaiono e io mi sento in rapporto con lui come se fossimo io e lui soli”.

Credo che questi due esempi di pedagogia educativa abbiano una radice comune che è quella del Vangelo. Dovremmo imparare molto di più a vivere la pedagogia di Cristo, se vogliamo rapportarci con i ragazzi e i giovani. Cristo segue nella sua testimonianza e nel suo insegnamento un principio basilare: dire sempre la verità anche se costa accettarla, ma dirla con amore, mostrando grande accoglienza e simpatia verso la persona e sollecitandola a farsi lei stessa promotrice di cambiamento, facendo leva sulle risorse di bene che ha in sé. Quindi non è neutrale, Cristo, e chiede molto ai giovani e a tutti, ma nello stesso tempo lo fa invitando la persona a sentirsi se stessa, protagonista della sua gioia, della sua vita, del suo rinnovamento.

Occorre dunque ricuperare, da parte degli adulti, una impostazione molto più seria e positiva, che faccia leva sui ragazzi stessi, stimolandoli a porre in atto quelle risorse che hanno in se stessi. Questo esige una conversione di mentalità e di prospettiva, se vogliamo di strategia educativa, che conduce l’educatore adulto, sia esso genitore o docente o allenatore sportivo catechista o sacerdote, a svestirsi del proprio ruolo sociale e a mettersi in ascolto del ragazzo; a curare rapporti sinceri di amicizia, che hanno un costo di tempo e di disponibilità sempre più estesi; ad offrire proposte vere, non mascherate da altre intenzioni, autentiche anche se impegnative, alte; a mostrare con la propria vita una coerenza tra parole e fatti ed una forte testimonianza alternativa ai valori dominanti nella cultura dell’effimero e del provvisorio.

9. L’incontro e dialogo intergenerazionale.

Un altro aspetto, che richiamo, è la difficoltà che oggi si riscontra circa il dialogo e il rapporto intergenerazionale, che si accompagna alla assolutizzazione del soggettivismo rispetto all’esperienza comunitaria.

La personalizzazione dei rapporti con ogni singolo ragazzo non è un fatto negativo. E’ giusto non parlare di adolescenti come se fosse un’unica categoria di consumatori secondo le note leggi della pubblicità e del mercato. Non esistono i ragazzi così in generale. Oggi le varianti non riguardano più solo l’età, il sesso, la provenienza sociale, culturale o religiosa. Oggi ogni ragazzo pretende di essere considerato per se stesso. Quello che non passa per la coscienza e la sensibilità e le scelte del singolo, resta improduttivo sul piano educativo. Nello stesso tempo però, e in modo contraddittorio, l’omologazione al branco, come si usa dire, o al gruppo dei pari è altissima e la paura di non essere accettati o di essere rifiutati o presi in giro è motivo di sofferenza da rifuggire ad ogni costo.

Due poli che, in fondo, sono sempre esistiti, ma che oggi hanno dato vita ad una separatezza, culturale oltre che ambientale ed educativa, delle nuove generazioni dagli adulti, dai genitori e dagli anziani. Ne consegue che, anche sul piano della vita sociale, dove sono i ragazzi e i giovani non si trovano gli adulti e anziani e viceversa, perché si pensa che sia impossibile far stare insieme persone di età e mentalità così diverse e spesso conflittuali. Questo fatto rappresenta uno degli abbagli più negativi della nostra società e della stessa pastorale della Chiesa. Isolare i ragazzi e i giovani dal resto della comunità civile ed ecclesiale, rinchiudendoli in un mondo a sé caratterizzato da luoghi ed esperienze interessanti e gioiosi ma dove possono incontrare solo coetanei senza mai un dialogo ed un confronto con gli adulti e gli anziani, conduce ad un impoverimento notevole sia per la comunità che per i ragazzi stessi e la loro crescita.

Il fossato della incomunicabilità si allarga così sempre più, determinando la disaffezione delle nuove generazioni dagli impegni sociali o politici e, negli ultimi tempi, anche dal volontariato sociale inteso come gratuito dono di sé agli altri.

L’identità si costruisce solo sulle relazioni, in una trama ricca di rapporti interpersonali significativi.

Il rischio è quello del ripiegamento in uno sterile soggettivismo autoreferenziale, mentre la persona costruisce se stessa quando è aperta alla dimensione dell’alterità, dell’altruismo, della solidarietà. Oggi si riconosce nei giovani un orientamento verso i valori della pace e della solidarietà ed una diffusa disponibilità a svariate forme di volontariato. Sono punti di forza su cui muoversi con consapevolezza, però non è scontato passare dall’orientamento emotivo, che si distingue anche per azioni generose ma episodiche, ad una apertura autentica alla dimensione comunitaria. In contesti di vita sempre più neutri e asettici o improntati su valori di individualismo e di concorrenza spietata, occorre presentare ai giovani modelli positivi di adulto e di educatori, che vivono valori alternativi e lo fanno con gioia e sicurezza. Sono le comunità educative, famiglia, scuola, associazioni e gruppi, che devono essere luoghi di sostegno all’impegno personale del giovane, mostrando la bellezza e la positività del dono di sé agli altri, del sacrificio per amore, della gioia che nasce dall’amore offerto in perdita. In comunità aperte a queste esperienze i giovani possono gustare, insieme agli adulti, il senso della vita ed impostare il futuro con generosità ed impegno responsabile.

10. Famiglia, comunità, scuola: una rete educativa da costruire insieme.

Anche su questo punto credo che occorra un serio esame di coscienza e un’inversione di rotta a partire anzitutto dalla famiglia, che va ricuperata nella sua centralità non solo educativa, ma come realtà umana e sociale, oltre che spirituale, primaria ed insostituibile in ogni età della vita.

La famiglia oggi è il soggetto debole che più va sostenuto e valorizzato sotto ogni profilo: politico, culturale, sociale, comunicativo, religioso, proprio in vista di un investimento prezioso e necessario verso di essa e verso tutti i suoi membri, in primis le nuove generazioni.

La scuola, la politica e le istituzioni, la parrocchia e la Chiesa, la società in genere debbono investire le loro risorse sulla famiglia perché, a sua volta, questa le investa sui figli e dunque sul futuro della stessa società.

Credo che qui stia un nodo educativo di fondo da sciogliere: ogni sforzo verso i ragazzi, verso gli anziani e verso molti aspetti della vita sociale e religiosa può trovare una radice di nuova linfa e vigore a partire dalla famiglia, aiutata ad essere soggetto primo e responsabile della sua crescita e di quella di tutti i suoi membri.

Insieme alla famiglia è necessario dare vita a luoghi, occasioni ed iniziative di incontro tra generazioni, che permettano di arricchirsi dei doni gli uni degli altri. Penso in particolare alle parrocchie, che, a mio avviso, rappresentano, anche oggi, una realtà di comunione e di incontro tra famiglie e tra generazioni.

Accanto alle parrocchie troviamo molti paesi, piccoli e medi, della nostra terra dove è ancora possibile vivere l’atmosfera tipica del “villaggio globale” nel senso dell’idea che questa realtà richiama dal punto di vista culturale, religioso e sociale. Certo, abbiamo nella diocesi di Vicenza anche la città e grossi centri urbani, che vivono di fatto una cultura cittadina, dove realizzare questi intenti è più difficile. Mi pare però che con uno sforzo di lavoro insieme tra parrocchie, realtà culturali, sportive e sociali, scuola e famiglia, si potrebbe dare vita ad un prezioso e necessario tessuto umano e solidale tra le persone e le generazioni, a vantaggio di una comunione di vita migliore, meno conflittuale e più accogliente. In questo contesto diventerebbe più facile gestire anche le situazioni di emarginazione e di difficoltà di cui soffrono tanti ragazzi e giovani e le loro famiglie.

Il discorso, dunque, non riguarda solo l’azione a pioggia tamponando le emergenze, ma la realizzazione di un progetto globale, gestito insieme da tutte le componenti interessate, per promuovere una rete di relazioni e di dialogo basati su valori umani, spirituali e civili condivisi. Dentro questa rete i ragazzi ed i giovani possono esprimere le loro potenzialità positive e diventare una vera risorsa per la comunità, mentre si arrichiscono dell’apporto necessario della memoria e della ricchezza di valori di cui sono portatori gli anziani e gli adulti. Ho presente, a difesa di questa tesi, molte realtà parrocchiali e di quartiere dove i ragazzi sono attivi protagonisti di iniziative rivolte a tutti: teatro, musica, sostegno degli anziani e dei più piccoli, feste e incontri di vario genere.

Conclusione.

Il poeta Renè Clair si esprime così in un versetto enigmatico ma affascinante: “Ciò che ereditiamo non è preceduto da nessun testamento”. Questa generazione dispone di un retaggio, di una tradizione e di un patrimonio. Qualcosa dunque c’è. Ma non c’è più la consapevolezza di chi sia l’autore del testamento, di chi sia il notaio che si rivolge a questa generazione e le dica: “Tocca a te, ciò che hai ricevuto dai tuoi padri te lo devi meritare per possederlo”. Noi tutti esistiamo per segnalare ciò all’erede e per tarsmettergli le sue ricchezze. In altre parole, la sfida più grande dell’educazione è di far comprendere ai giovani che il mondo non inizia da loro, ma viene loro affidato un patrimonio che va interiorizzato, riconosciuto e rinnovato, se si vuole impostare non solo il presente ma anche il futuro. Tutto ciò sarà realizzabile solo se i giovani stessi saranno resi consapevoli di dover assumere la propria responsabilità; soggetti dunque di autoeducazione e non solo fruitori di principi e valori dettati da altri.

L’educazione è, in ultima analisi, autoeducazione perché è la singola persona che deve dare sempre il suo consenso interiore a qualcosa e a qualcuno di cui si fida e di cui ha stima. Dice un poeta moderno Holderlin: “Dio ha fatto il mondo come il mare ha fatto la riva: ritirandosi”. Così è di ogni educatore che, come Giovanni Battista, deve fare da precursore indicando la via e poi ritirandosi per lasciare il passo ad una responsabilizzazione della persona chiamata ad imboccare la sua strada della vita.


 

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