Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa
ARCHIVIO DELLE ATTIVITA' SVOLTE
Le nuove
frontiere della ricerca genetica tra scienza ed etica.
Schio, 3 aprile 2008
Riassunto del:
Dr Alberto Pilotto
La pubblicazione dei risultati del Progetto Genoma Umano, avvenuta nel febbraio 2001, ha concluso un percorso di ricerca genetica iniziato oltre 150 anni fa con le osservazioni di Mendel sulla trasmissibilità dei caratteri. La successiva descrizione dei cromosomi e della struttura del DNA, avvenuta intorno alla metà del ‘900, ha fornito la base per la definizione del codice genetico grazie anche all’impiego di nuove tecnologie biochimiche ed informatiche messe a punto negli ultimi decenni del secolo scorso. La descrizione del Genoma Umano, d’altra parte, ha aperto nuove strade di studio utili per la comprensione delle caratteristiche genetiche dello sviluppo biologico umano normale e patologico. Ciò ha fatto emergere la concreta prospettiva di impiegare tali conoscenze in ambito medico sia per la diagnosi che per la terapia delle malattie.
La possibilità di definire in maniera precisa i caratteri genetici di una persona, tuttavia, comporta il duplice rischio del: 1) determinismo, cioè l’idea che l’essere umano sia la diretta e inevitabile conseguenza di ciò che è contenuto nel suo DNA, e 2) riduzionismo, cioè l’opinione che la conoscenza del genoma di un individuo permetta di conoscere tutto ciò che quella persona è e potrà essere in futuro. La comunicazione mediatica, purtroppo, alimenta continuamente questi due rischi fornendo troppo spesso informazioni fuorvianti sulle reali possibilità di previsione che la genetica può attualmente fornire nell’ambito delle malattie. In realtà, a parte alcuni tests genetici ben definiti attualmente proponibili per screening in ambito soprattutto neonatale e/o infantile, l’utilità clinica dei tests genetici nel predire le malattie complesse dell’adulto non è ancora ben stabilita.
E’ ben noto, infatti, che lo sviluppo biologico di un organismo è un fenomeno complesso e variabile determinato dalla interazione continua tra genetica ed ambiente. Al riguardo lo studio del fenomeno dell’invecchiamento ha chiarito che i fattori ambientali esterni (come ad esempio l’esposizione a sostanze tossiche) ed anche comportamenti individuali (il fumare o svolgere attività fisica) possono essi stessi influenzare i sistemi di riparazione e di modulazione del DNA che quindi non è immutabile ma suscettibile continuamente di mutazioni più o meno rilevanti. Proprio queste mutazioni possono talvolta associarsi alla comparsa di malattie e lo studio di queste associazioni è utile per attivare eventuali programmi di prevenzione.
La recente diffusione di laboratori
ove vengono proposti tests genetici propagandati come strumenti in grado di
predire le caratteristiche comportamentali di un soggetto o il rischio di
malattie complesse come tumori, infarto del miocardio o demenza di Alzheimer
ha chiare implicazioni etiche che preoccupano l’utente. E’ evidente,
infatti, che la conoscenza del rischio genetico per una determinata malattia
comporta il pericolo concreto di violare la privacy dell’individuo con
possibili discriminazioni da parte, ad esempio, di compagnie assicurative
o agenzie che curano assunzioni di lavoro. Per questo, le istituzioni preposte
devono monitorare attentamente affinché la gestione delle informazioni
genetiche avvenga nel rispetto della dignità del singolo individuo,
tutelando il diritto alla sicurezza e alla riservatezza della informazione.
Da parte loro, gli organismi scientifici più accreditati ritengono
che la crescente richiesta di eseguire analisi genetiche per molte condizioni
al momento non sia giustificata e raccomandano agli addetti ai lavori di non
enfatizzare le eventuali nuove tecnologie, soprattutto quelle ancora in fase
di sviluppo. Nell’ambito delle malattie complesse dell’adulto,
infatti, la genetica predittiva è sostanzialmente ancora prematura.
La terapia genica è una importante applicazione della genetica in medicina. Il lavoro in questo settore, tuttavia, è molto complesso in quanto richiede di: 1) identificare il gene da correggere, 2) produrre mediante ingegneria genetica il gene “sano”, 3) identificare la popolazione di cellule da sottoporre al trattamento, 4) sviluppare un adeguato “vettore” (ad esempio un virus) che trasporti il gene sano al giusto bersaglio in modo sicuro e stabile e quindi 5) testare il trattamento “in vivo”. A causa di queste difficoltà, la strada appena iniziata della terapia genica vanta attualmente solo pochissimi esempi riusciti di applicazione clinica; la ricerca medica, tuttavia, sta avanzando velocemente in questo ambito e potrà fornire nel giro di pochi anni nuove possibilità di trattamento per malattie complesse come alcuni tumori e malattie neurodegenerative.
Al riguardo, l’impiego delle cellule staminali adulte sta già fornendo concrete prospettive di trattamento di alcune malattie ematologiche (con i trapianti di midollo) e alcune malattie auto-immuni (sclerosi multipla, LES); la ricerca è già avanzata per valutare il possibile impiego di tali metodi per la rigenerazione di tessuti come il miocardio, tessuto nervoso, osso o, mediante tecniche di bio-ingegneria, le valvole cardiache e i legamenti. A fronte di una grande pubblicità mediatica, l’impiego delle cellule staminali di derivazione embrionale non presenta al momento nessuna applicazione clinica nell’uomo; il loro uso, inoltre, pone enormi questioni etiche in quanto a tutt’oggi non è disponibile nessuna nuova fonte di cellule staminali embrionali umane che non preveda la distruzione dell’embrione.
Poiché minime variazioni (detti polimorfismi) nei geni che codificano gli enzimi che metabolizzano o trasportano i farmaci nell’organismo possono influenzare il metabolismo dei farmaci stessi, lo studio di tali polimorfismi permette di identificare i soggetti che hanno una maggiore probabilità di rispondere positivamente ad una terapia o, all’opposto, quei soggetti che avranno un rischio più elevato di non risposta alla cura o addirittura di presentare reazioni avverse. Questa area della ricerca genetica, denominata farmacogenetica, è probabilmente tra le prime applicazioni cliniche del Progetto Genoma Umano. Studi recenti stanno fornendo interessanti prospettive che troveranno applicazione clinica pratica nel giro di pochi anni. Al momento, tuttavia, vi è ancora una certa discrepanza tra le conoscenze tecniche disponibili e ciò che ancora il Sistema Sanitario deve conoscere prima di poter integrare in maniera appropriata le informazioni e le tecnologie della genomica nella gestione clinica delle malattie croniche.
Per questo è fondamentale incrementare la ricerca scientifica. Al riguardo tutte le sperimentazioni cliniche debbono essere in conformità alla Dichiarazione di Helsinki sui principi etici per le sperimentazioni sugli esseri umani (adottata dall'Assemblea Generale dell'Associazione Medica Mondiale nel 1996) e nel rispetto delle norme di Buona Pratica Clinica e delle disposizioni normative vigenti. Il primo di tali principi etici stabilisce che la tutela dei diritti, della sicurezza e del benessere dei soggetti in sperimentazione prevale sugli interessi della scienza e della società, in quanto dovere del ricercatore è proteggere la vita, la salute, la riservatezza e la dignità del soggetto umano.
Per questo chi svolge attività
di ricerca deve possedere oltre alla scienza anche la sapienza nel senso illustrato
recentemente da Benedetto XVI come quella “particolare sollecitudine
per lo sviluppo della propria umanità e sapienza” che deve essere
propria dell’uomo di scienza. “L'epoca nostra, più ancora
che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino
più umane tutte le sue scoperte”.